Il mondo è rotondo, ma il monitor è quadrato

Il datore di lavoro

Ho iniziato a lavorare a 15 anni nel negozio dei miei genitori e allora non mi sono mai posta il problema,poi a 22 anni e’ iniziata la mia avventura da dipendente e da qui una domanda ha iniziato ad essere sempre più presente nella mia testa: come deve essere il tuo capo ideale Anna?

Le mie prime esperienze da dipendente per quanto riguarda il rapporto con il “capo” non furono positive e quindi iniziai a suddividere il capo in due grandi categorie: il capo buono e il capo cattivo.

Capo buono:

Non urla mai e ha sempre il sorriso tra le labbra.
Gli chiedi qualcosa e fa di tutto per dartela (tranne l’aumento).
E’ un vero piacere lavorare con lui, disponibile, una persona con la quale ci si può parlare ma quelle volte che si sveglia male bisogna lasciarlo stare.
E’ un tipo in gamba, collaborativo e disponibile…capisce il prossimo.
Non fa preferenze, anche se le ha!

Ovviamente e’ sempre il capo quindi massimo rispetto ed educazione.

Capo cattivo:

Entra in ufficio ed e’ già tanto che ti saluti…lui non parla urla!
Il suo motto: “da dove sei entrato puoi anche uscire” per lui sei solo un numero pensa solo a se stesso e ai soldi.
Lui non chiede,obbliga!
La disponibilità e’ una parola che non esiste nel suo vocabolario, ti devi arrangiare lui ha altro da fare!
A volte sorride…raramente!
In ufficio? Non deve volare una mosca!
Guai se vai in bagno più di due volte al giorno…
Ha un preferito e te le fa anche pesare!
Guai se chiedi un permesso o ti ammali!

Ovviamente è il capo e tu gli devi portare massimo rispetto ed educazione…

Ho un po’ estremizzato il tutto, ma io la vedo un po’ cosi.

Voi come la pensate?

Che rapporto avete con il vostro datore di lavoro?

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Commenti su: "Il datore di lavoro" (4)

  1. Il mio capo allora è cattivo perché per lui sono solo un numero e pensa solo a se stesso, ai soldi e all’azienda.
    Però io so che in fondo in fondo in fondo è buono e che si comporta così solo perché altri più cattivi di lui gli rovinano la giornata, quindi lo perdono e lo sopporto.
    Poi ogni tanto sorride e mi tratta bene e allora anche io sono felice per lui e sono felice perché non mi urla più.

    Il mio capo sono io.

    Paradossale la dicotomia tra l’essere “capo” e l’essere dipendete allo stesso tempo, una situazione che mi ha permesso di capire molte cose, situazioni e atteggiamenti che prima non ero in grado di valutare.
    Non ho mai capito però e non giustificherò mai le urla e ogni forma di non rispetto tra le tra i colleghi e più in generale tra le persone.

    Siamo prima di tutto persone e mai numeri, risorse da ammortizzare, investimenti di cui rientrare, oppure opportunità da sfruttare.

    Il capo ideale?
    Esiste.
    Ho avuto la fortuna e l’onore tanti tanti anni di lavorare per una persona equilibrata nei sui giudizi e allo stesso tempo decida e professionale e cerco di ispirarmi a lui, quindi non perdiamo la speranza che capi buoni e persone buone ce ne sono.

  2. Si, anche io la penso come Francesco.
    Il capo ideale esiste… e sono io! Per me stessa, ovvio. Non sarei in grado di essere un capo per gli altri, sicuramente rimarrei sulle scatole…

    Ma per me stessa sono perfetta, anche se a volte mi sgrido un po’. Adesso ad esempio, quando anzi che scrivere e finire il mio lavoro, sono di nuovo a leggere questo simpatico e utile blog….

  3. Questo è il motivo per cui ho deciso di diventare il capo di me stesso 😀

  4. frank ha detto:

    Il miglior capo è quello che sa comandare anche delle gran teste di cazzo. Il dipendente si è sempre lamenteto e anche quando viene trattato bene. In definitiva, essere capo significa pensare sempre al bene dell’azienza e del personale, ma guai dare più del dovuto ai dipendenti perchè da una mano poi si “pappano” il braccio!
    Bye.

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